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Cento anni fa, i tintori di Como, Novara, Milano, Monza; i tessitori di Cambiago, Cantù, Legnano, Monza, Como; gli assistenti e pareurs di Milano e di Monza; i pannilana di Biella; i nastrai, le maglierie, i passamantieri e le lavoranti in pizzi di Milano; i filatori di Vigevano; le 17 leghe di lavoratori tessili, con l'adesione dei tessitori di Prato e di Portici, si riunivano il 28 aprile nei locali della Camera del Lavoro, per il Congresso costitutivo della Federazione nazionale delle Arti tessili.

Quel giorno del 1901, nacque, quindi, l'organizzazione sindacale dei lavoratori tessili; fu approvato lo statuto e venne eletto il primo Comitato centrale, che si riunì l'otto maggio del 1901, eleggendo il primo segretario, Luigi Negri.
Un mese dopo, a giugno, usciva il primo numero del mensile "Le arti tessili". Gli iscritti erano circa 4mila. In un anno, diventarono 20mila su 400mila addetti.

La prima grande battaglia fu sull'orario di lavoro. L’obiettivo era quello di arrivare alle 10 ore, contro le 12-13 che erano normali.
Il 9 ottobre del 1901 la Federazione organizzò il primo sciopero di categoria a Biella, coinvolgendo rapidamente oltre 6mila operai di tutta la zona. L'agitazione finì con una sconfitta e con il licenziamento di 150 operai. Ma, in quello sciopero, nei suoi contenuti, in quella prima battaglia c'era l'inizio della lunga lotta per l’affermazione dei diritti dei lavoratori.

Qualche mese dopo cominciò, infatti, la lotta per la legge di tutela delle donne e dei fanciulli, approvata, poi, nel 1902, che introdusse il limite dei dodici anni per il lavoro minorile, poi passato a 14 tre anni dopo, e il riposo per le donne in maternità. 

Nel 1904 la Federazione si trasformò in Confederazione Italiana delle Arti tessili e fino al 1910 la sua politica e la sua vita interna risentì di una particolare debolezza dovuta alla lotta, all'interno del movimento operaio, tra la corrente riformista e quella sindacalista rivoluzionaria. 


Nel 1911 la Confederazione si trasformò in Fiot, Federazione Italiana Operai Tessili. La mobilitazione di tutto il Paese per la prima guerra mondiale portò ad una svolta importante nei rapporti tra padronato, sindacato e governo. In cambio della pace sociale, vennero concessi con l'intervento diretto del governo, miglioramenti salariali per i settori più impegnati nello sforzo bellico, e tra questi, ovviamente, il tessile. 

L'approvvigionamento di divise per le truppe produsse uno sviluppo rapido, non solo delle grandi aziende tessili, ma, anche, delle piccole, soprattutto, nelle aree dove il settore era particolarmente presente: Piemonte, Lombardia, Veneto, Toscana. Il comparto laniero e quello cotoniero si svilupparono quindi molto e si avviò l'industria delle fibre artificiali, mentre iniziò il declino della grande tradizione della seta, che aveva avuto, precedentemente, un ruolo fondamentale per lo sviluppo industriale italiano. 

La crescita indotta dalla guerra fu considerevole e l'industria tessile, alla fine del conflitto, raggiunse il primato dell'intero comparto industriale. La guerra segnò una svolta in tutto il sindacato sul piano organizzativo e funzionale. Durante i primi anni di guerra, la FIOT fu la categoria protagonista del maggior numero di lotte che portarono, sia notevoli miglioramenti salariali, sia un aumento degli iscritti e delle sezioni, facendo diventare, così, la Federazione una vera struttura nazionale.

Dal 1917, essendo compresa nel sistema di Mobilitazione industriale, pur rinunciando al diritto di sciopero, acquistò i vantaggi della contrattazione collettiva e obbligatoria, seguendo, così, l'esperienza positiva della Fiom di Buozzi. 
Questa fu una scelta importante perché assegnò alla FIOT una posizione di avanguardia, favorendo anche un progressivo avvicinamento della classe operaia allo Stato, superando le posizioni antimilitariste degli inizi.

Subito dopo la guerra, il Convegno nazionale delle Leghe tessili, che si svolse alla Camera del Lavoro di Milano l'8 e 9 gennaio del 1919, aprì la vertenze del ''sabato inglese”, le otto ore e i minimi di paga, collocando, per la prima volta, le rivendicazioni in una dimensione di confronto europeo. Si giunse così ad una prima intesa sulle 48 ore per il ramo laniero, i minimi salariali e la regolazione del cottimo, in cambio di una apertura all'organizzazione tayloristica del lavoro, con l'aumento del numero di squadre. Fu accantonato, invece, il ''sabato inglese”.

Con queste battaglie crebbe il prestigio dell'organizzazione sindacale tessile, che cominciò ad essere presente, anche, nelle regioni del sud.
Ma, l'avvento del fascismo con l’ingresso nelle fabbriche del sindacato corporativo e gli accordi di Palazzo Vidoni del 1925 - che assegnarono al sindacato fascista di Rossoni il monopolio della rappresentanza dei lavoratori - escluse la FIOT dalla rappresentanza e dalla contrattazione. 

In quegli anni, il sindacato fascista, la federazione nazionale dei lavoratori tessili, ebbe un ruolo significativo nella definizione della politica sindacale, essendo il secondo sindacato industriale per numero degli iscritti, dopo i metalmeccanici. Ottenne qualche risultato positivo, soprattutto, sul piano del recupero salariale, dell'assorbimento della disoccupazione e della mutualità, con l'istituzione delle Casse. Ma, complessivamente, i risultati modesti di quel terribile periodo, vanno, ovviamente, rapportati allo svuotamento del potere sindacale avvenuto con la svolta della riforma corporativa del 1934. 

Durante la Resistenza - oltre alla partecipazione agli scioperi del ’43 e ’44, durante i quali la classe operaia manifestò con forza la propria opposizione al regime nazi-fascista - furono proprio le organizzazioni sindacali tessili a scrivere una delle pagine più importanti della Resistenza stessa quando, sotto il dominio della repubblica di Salò, nella primavera del 1944, insieme con alcuni coraggiosi imprenditori e con la vigilanza del Comitato nazionale di liberazione delle Valli, firmarono un contratto di lavoro che non riconosceva più la camera delle corporazioni fasciste. 
Quel documento si concludeva con queste parole: ”Tutte le altre disposizioni della repubblica fascista, passate, presenti o future, non hanno più alcun valore”. Era il famoso “Contratto della montagna”. 

Con il ritorno della democrazia e nel primo congresso della CGIL unitaria, tenutosi a Napoli dal 28 gennaio al 2 febbraio del '45, si ricostituì la Federazione nazionale italiana operai tessili (FIOT).

In pochi mesi, oltre la metà dei lavoratori del settore si tesserarono alla FIOT: su 600mila addetti alla fine del '46 si contavano 335.000 tessere che, nel corso del 1947, arrivarono a oltre 500mila.

In quei mesi, i vertici della Fiot proposero alla CGIL di trasferire a Milano, sede dei grandi centri produttivi del tessile, la direzione del sindacato, pur mantenendo la sede ufficiale a Roma. I problemi della categoria erano tanti, tra cui l'insoddisfazione per l'accordo tra Confindustria e CGIL del 6 dicembre '45, con cui, tra l'altro, si perequavano i salari di tutte le province del nord, ma si collocavano tutte le categorie tessili nelle fasce più basse dell'industria. 

I tessili reagirono, anche se dovettero aspettare e lottare fino al gennaio 1947 per ottenere il primo contratto nazionale. Conquistarono, però, in largo anticipo rispetto alle altre categorie industriali, l’inquadramento, per la prima volta su scala nazionale, dei lavoratori occupati nei diversi settori e comparti.

Subito dopo il primo contratto, la FIOT tenne il I° congresso nazionale, a cui parteciparono circa 400 delegati in rappresentanza di 478mila iscritti, ed elesse segretaria generale Teresa Noce, operaia tessile, iscritta al PCI, emigrata in Francia allo scoppio della guerra e, successivamente, internata. Partecipò alla resistenza col nome di Estella, fu eletta alla Costituente e alla Camera dei deputati per le prime due legislature. 

Per la prima volta, una donna veniva chiamata alla massima responsabilità di una importante categoria sindacale, peraltro, a prevalente presenza femminile.  Si deve a Teresa Noce, prima firmataria, il progetto di legge in difesa della maternità, proposto a fine agosto del '47 dalla CGIL e approvato dal Parlamento nel giugno del '48. Esso conteneva tre punti principali: estensione del diritto al riposo per maternità a tutte le donne lavoratrici, riposo obbligatorio pagato al 100%, istituzione dei nidi d'infanzia e delle sale per l'allattamento nei luoghi di lavoro. Fu questa una grande e fondamentale conquista sociale e politica per tutte le donne italiane.

La presentazione di questo progetto di legge fu l'ultimo impegno rilevante prima della rottura dell'unità sindacale che, nella FIOT, iniziò con l'uscita della componete democristiana avvenuta poche settimane dopo l'attentato a Togliatti. La rottura dell'unità si completò, nella primavera successiva, con l'uscita anche della corrente vicina ai socialdemocratici. 

Nonostante queste divisioni, restò una certa unitarietà di azione, dimostrata dallo sciopero generale del 5 luglio 1949, proclamato dalla FIOT e da Federtessili, la nuova organizzazione sindacale nata dalla scissione nella Cgil. L'agitazione fu diretta contro la rigidità del padronato nelle trattative per il rinnovo del contratto nazionale. 

In una situazione di grande tensione e di lotta interna la FIOT arrivò al secondo congresso nazionale che si svolse a Prato dall'8 al 10 luglio 1949. Nonostante le scissioni e gli accorpamenti dei lavoratori delle calze e maglie nella nuova Federazione dell'abbigliamento (FILA), la FIOT contava 350mila iscritti. 

Teresa Noce fu rieletta segretaria generale e continuò nella sua battaglia generosa e competente, in particolare, contro il grave sfruttamento delle lavoratrici tessili e per l’affermazione di diritti, ma, anche, per il rinnovamento delle attrezzature industriali e delle macchine tessili. 

Teresa Noce non dimentica le lavoratrici a domicilio che “permettevano alle aziende forti risparmi sui costi di produzione'' e presenta quindi in Parlamento, con Di Vittorio, una proposta di legge a tutela di queste operaie che, però, dovrà attendere molto tempo prima di essere approvata. Nel febbraio 1952, riaffermando ancora una volta il Suo forte e costante impegno per la tutela dei diritti delle donne lavoratrici, presentò una proposta di legge per la parificazione dei salari delle lavoratrici a quelli dei lavoratori.

Tra il 1952 e il 1955 ci fu un progressivo calo della produzione e delle esportazioni che determinò la crisi del settore. La pesante congiuntura si misurò con 125mila disoccupati nel maggio 1952 e con altri 200mila che lavoravano a orario ridotto. Di fronte a questa situazione critica, la FIOT, nel solco della sua tradizione di sindacato capace di legare sempre la difesa dei diritti di chi lavora, con le esigenze della produzione, elaborò proposte che vedevano al primo posto il rinnovo degli impianti tessili, la produzione di prodotti tipizzati, di qualità e di prezzo contenuto. L'obiettivo era, aumentare la domanda interna e la ripresa della produzione di materie prime nazionali. 

E’ proprio di fronte alle problematiche della crisi che i tre sindacati tessili, la FIOT, la Federtessili e la Uil Tessili (costituitasi nel frattempo) ricucirono progressivamente i rapporti, affrontando le prime vertenze unitarie per i premi di produzione. In questa direzione, importante fu il sostegno di Di Vittorio che, al Comitato direttivo della FIOT, convocato il 25 ottobre del 1954 per decidere quali azioni intraprendere per sollecitare la conclusione del contratto nazionale scaduto da due anni, invitò i vertici della categoria a formulare proposte che potessero essere condivise e sostenute anche dalle altre due organizzazioni.

Di Vittorio assicurò l'appoggio convinto della Confederazione alla lotta dei tessili ma, soprattutto, invitò il gruppo dirigente della Fiot all'unità di azione con gli altri sindacati, evitando la firma di accordi separati, anche a costo di rinunce. E’ così che, contro la grave crisi del settore, il 20 maggio del '55 si svolse la giornata nazionale unitaria di lotta in difesa dell'industria tessile, col sostegno di tutta la Cgil, e si riuscì ad ottenere un decreto legge dall’allora Ministro Vigorelli, che concesse l'integrazione salariale per sei mesi. Purtroppo, quel decreto legge conteneva un punto negativo: troppe concessioni ai grandi gruppi industriali, ritenute da Fiot e Cgil dannose per i piccoli tessitori. Ne scaturì, quindi, una dura opposizione parlamentare, che riuscì a bloccare queste concessioni. 

E proprio alla sorte delle piccole aziende tessili, oltre che alle condizioni pesanti per i lavoratori, Teresa Noce dedicò la sua ultima relazione da segretaria generale al IV congresso Fiot di Busto Arsizio del 16 dicembre 1955. 

In sei anni oltre 100mila operai erano stati espulsi dal ciclo produttivo. 
Di fronte a queste difficoltà la Noce pose, tra l'altro, il problema della riduzione dell'orario di lavoro, non automaticamente e in maniera generalizzata, bensì, tenendo conto delle diverse realtà aziendali.
Non c’è traccia di massimalismo, quindi, nella posizione della carismatica dirigente, divenuta, nel frattempo anche Segretaria dell'unione internazionale dei lavoratori tessili. Vi è, viceversa, realismo e attenzione, anche alle esigenze della produzione. 

La crescente unità di azione dei tre sindacati tessili (anche su questo aveva molto insistito la Noce nella sua ultima relazione) favorì la conclusione delle trattative per il rinnovo del contratto nazionale nel 1956, anche se gli aumenti salariali furono contenuti e, ancora, differenziati per sesso. 

Sul superamento di questa discriminazione continuò la battaglia della Fiot, che fu tra i primi sindacati di categoria a fare della parità salariale tra lavoratrici e lavoratori uno dei punti fondamentali della piattaforma contrattuale del 1958, agganciandola alla battaglia generale, condotta dalle tre Confederazioni, sull'unicità del punto di contingenza.
Alla fine di quell’anno, nel bel mezzo di quelle lotte per il contratto e per la parità salariale, venne eletta segretaria generale Lina Fibbi. 

L'accordo-base, raggiunto nel contratto nazionale firmato il 23 dicembre 1959, fu molto importante perché portò la retribuzione di una parte delle lavoratrici tessili, quelle che svolgevano una pluralità di mansioni, al 92,80% rispetto al salario degli uomini. L'accordo fu il primo nel mondo del lavoro italiano e, anche se non riguardava ancora l’universo delle lavoratrici, affermò quel principio di parità salariale che sarà sancito definitivamente nell’accordo interconfederale dell’anno successivo.

Il '59 fu un anno positivo per i tessili, non solo per la conclusione delle vicende contrattuali, ma, anche, perché, finalmente dopo dieci anni, era stata approvata la legge sul lavoro a domicilio. Basti pensare che, nel solo settore delle confezioni si contavano in quell'anno 80mila lavoratori in azienda e oltre 200mila a domicilio.

Il V Congresso nazionale della Fiot, svoltosi a Como dall'11 al 13 marzo del 1960, che riconfermò Segretaria generale Lina Fibbi, registrò favorevolmente la ripresa del settore, con nuovi sbocchi all'esportazione, innovazioni tecnologiche, ristrutturazioni e concentrazioni di imprese, anche per fare fronte al nascente Mercato comune europeo. 

Il congresso evidenziò, però, che a questi cambiamenti significativi, a cui si dovevano aggiungere le grandi conquiste della parità salariale tra donne e uomini e la tutela del lavoro a domicilio, non aveva corrisposto un altrettanto significativo miglioramento della condizione dei lavoratori. 

Aumento delle retribuzioni, sviluppo dell'occupazione, contrattazione integrativa e rafforzamento del potere contrattuale del sindacato, furono quindi le linee fondamentali di politica rivendicativa decise dal V Congresso. Congresso che si pose anche il problema di un rinnovamento del sindacato per essere, sempre più, un sindacato presente nelle fabbriche grandi e piccole e, sempre più, unitario.

Si pose, inoltre, il problema, ancora una volta in netto anticipo rispetto ad altre categorie industriali, di una proiezione europea del sindacato, quasi una anticipazione di quelli che saranno i Comitati Aziendali Europei. 
I legami dei grandi gruppi industriali tessili rendevano infatti necessarie relazioni e collegamenti dei dipendenti delle varie aziende per esaminare le possibilità di sviluppo di una comune e coordinata linea rivendicativa.

Gli anni sessanta rappresentano, nell'intreccio tra boom economico e conquiste sindacali, un periodo significativo, ma particolare, anche dal punto di vista del lavoro tessile. Mentre altri settori conobbero incrementi continui dell'occupazione, nei primi anni del decennio, le ristrutturazioni del nostro settore continuarono, invece, a provocare espulsione di manodopera. 

I dati del Ministero del lavoro parlano di 55mila posti in meno, che diventano almeno 100mila considerando le aziende con meno di dieci dipendenti non censite dal Ministero.
La tendenza alla concentrazione produttiva, con l'eliminazione del vasto tessuto di piccole imprese, pose seri problemi anche al sindacato. A ciò si aggiunse un altro fatto importante che cambiò profondamente il settore: l'affermazione delle fibre sintetiche nel tessile-abbigliamento portò infatti cambiamenti notevoli, sia in termini di produzione, sia nell'organizzazione aziendale. 

Agli inizi del '63 grandi gruppi come Eni, Edison e Snia investirono molti capitali nell'acquisto di macchinari per la produzione di fibre sintetiche. Questo rivoluzionò la struttura tradizionale dell'industria tessile, mettendo in discussione anche la strategia sindacale in tema di salario, in quanto i piani di produzione puntarono ad un notevole incremento di produttività. Nelle fibre sintetiche e artificiali tra il '61 e il 63 si registrò infatti un aumento di produttività pari al 30%. 
Di fronte a queste novità riemersero difficoltà unitarie che si evidenziarono, purtroppo, nella firma di vari accordi separati.

Il VI Congresso Fiot, tenutosi a Milano dal 22 al 24 febbraio del 1963, discusse, tra i temi principali, proprio quello delle conseguenze dell’ingresso della chimica nel tessile e della ripresa di grandi lotte sindacali. Nella sua relazione, Lina Fibbi indicò nella Montecatini, Snia, Chatillon e Eni i nuovi padroni dell'industria tessile e segnalò che, il loro ingresso nel settore, aveva portato ad un rapido ammodernamento con altrettanto rapido e alto aumento dei profitti. Si rendeva dunque necessaria una risposta forte del sindacato non solo sulla politica rivendicativa, ma anche in termini organizzativi. 

Per questo, particolarmente importante, sul piano dell'organizzazione interna, fu l'accelerazione nel 1965 del dibattito, che durava già da anni, sull'unificazione delle categorie del tessile e dell'abbigliamento. Si arrivò così, al Congresso di Rimini del 3-6 marzo 1966, alla nascita della Filtea. L'operazione non fu avvertita dai lavoratori come burocratica e organizzativa, ma come un passaggio decisivo verso un sindacato nuovo in grado di agire, efficacemente, in un settore profondamente mutato rispetto a quello in cui erano nate Fiot e Fila. 

C'erano infatti, nella scelta di un sindacato unico per tutti i lavoratori del tessile-abbigliamento, ragioni concrete di politica sindacale, di strategia contrattuale e di migliori rapporti di forza col padronato. 
La giustezza e l'efficacia di quella decisione furono presto dimostrate dalle vicende del rinnovo contrattuale del 1967, da quelle successive del '68 e dell'autunno caldo.

Ancora una volta, proseguendo nel solco della sua antica cultura, la Filtea, non si limitò a chiedere solo aumenti netti dei salari, ma inserì la rivendicazione economica all'interno di una strategia più complessiva. Si pose la questione della struttura del salario e, con particolare forza, il tema dei diritti sindacali, in una logica di riequilibrio dei rapporti fra le parti. Furono inoltre poste sul tavolo le questioni dell'ambiente di lavoro e della riduzione di orario a parità di salario. Insomma la Filtea perseguì, ancora una volta, l'obiettivo di una migliore qualità del lavoro, di una maggior affermazione della dignità del lavoratore come persona e del ruolo di rappresentanza del sindacato.

Sono queste le rivendicazioni che caratterizzarono tutto il '68 operaio e che troveranno i lavoratori del tessile-abbigliamento particolarmente sensibili, anche perché investiti dalle forti innovazioni tecnologiche del settore. Anche se il contratto fu firmato nel 1967 i lavoratori tessili non restarono ai margini del movimento del '68 e dell'autunno caldo ma, con metalmeccanici e chimici, ne furono tra i protagonisti, come dimostrano le vicende dell'occupazione della Marzotto, le lotte al Cotonificio Valle Susa, l'integrativo alla Lebole con il riconoscimento, tra l'altro, del diritto di assemblea una volta al mese.

La vicenda contrattuale del ’67 ebbe l'aspetto positivo di una forte carica unitaria, che si tradusse nella definizione di una piattaforma unitaria, per la prima volta dopo la scissione del '48. Anche sulla riorganizzazione del settore le tre Federazioni presentarono un documento comune, che chiedeva un programma settoriale per l'industria tessile, l’ammodernamento tecnologico e la difesa e lo sviluppo dell'occupazione. Il documento conteneva inoltre una chiara posizione antimonopolistica, in favore di una pluralità di imprese medie e piccole; anche per queste ultime si rivendicava l'ammodernamento tecnologico, in particolare per quelle ubicate nelle aree depresse del Paese. 

Questo documento unitario segnò, dunque, un passaggio importante di maturazione del movimento sindacale tessile, anche sul versante dell’impegno meridionalista. Nei primi anni '70 i tessili, con la guida di Sergio Garavini, insieme con metalmeccanici e chimici, furono i protagonisti di una nuova stagione sindacale che vide le Confederazioni e le Federazioni di categoria svolgere un ruolo di primo piano nella determinazione delle scelte di politica economica generale.

La Filtea si trovò a fronteggiare tre problemi fondamentali: ancora una volta la ristrutturazione del settore in crisi, il passaggio delle aziende tessili pubbliche dall'Eni alla Montedison, l'applicazione della legge 1115 sulla cassa integrazione. 
Al Convegno nazionale di Rimini del '71, la Filtea decise una linea di non chiusura difensiva e contemporaneamente di opposizione alla tesi della "crisi oggettiva" del settore. Responsabilmente la federazione rifiutò le logiche protezionistiche o corporative in favore, invece, di un rapido aumento degli investimenti, di un adeguamento tecnologico e di uno sviluppo produttivo capace di salvaguardare i livelli occupazionali. 

Nel '71 i licenziamenti furono 30mila, mentre i lavoratori sospesi o a orario ridotto, più di 100mila. Le vicende della Lanerossi furono emblematiche. L'approvazione della cosiddetta "Legge tessile", avvenuta proprio nel '71 dopo sette anni di travagliata gestazione, doveva essere una risposta alla crisi e all'esigenza di riorganizzazione e potenziamento tecnologico del settore. Si prevedevano contributi sostanziosi per l'acquisto di macchinari, fusioni societarie, costituzione di consorzi tra piccole e medie imprese per l'approvvigionamento di materie prime e servizi di vendita e distribuzione dei prodotti. Ma, sui criteri di selezione dei progetti da finanziare ci fu scontro tra sindacati e Ministero dell'industria. 

Il II Congresso nazionale Filtea si svolse in quello stesso anno a Viareggio, dal 16 al 20 maggio, proprio nei giorni in cui venne proclamato lo "stato di crisi" dell'industria tessile. Viceversa, il settore abbigliamento conosceva livelli di grande espansione, insieme a grandi processi di concentrazione e ristrutturazioni all'insegna del massimo aumento produttivo e riduzione dei costi. Di fronte a questa situazione il congresso Filtea ritenne essere giunto il momento "per fare un salto di qualità, affrontando i problemi storici dell'industria tessile".

Ad un padronato che chiedeva la riduzione della manodopera, la Filtea oppose, quindi, richieste di riduzione dell'orario di lavoro; a più alti contenuti tecnologici del lavoro, rispose ponendo la questione del salario di qualifica e la parificazione piena dei salari femminili a quelli maschili.

Da quel congresso scaturì un forte spirito unitario, in piena sintonia con le tendenze in atto in tutto il sindacato confederale, che sfociarono nel 1972 nel Patto federativo. Tra il '70 e il '71 si moltiplicarono infatti convegni nazionali e direttivi unitari, fino all'assemblea unitaria dei Consigli generali delle tre federazioni nell'ottobre 1971. Qui la Filtea giocò un ruolo importante nella soluzione di due punti controversi: le affiliazioni internazionali e l'incompatibilità tra incarichi politici e sindacali. Fu poi sull'onda di questa forte tensione unitaria che nacque la federazione unitaria dei tessili, la Fulta.

Nuovi gravi problemi per il settore vennero poi dalla crisi petrolifera del 1973 che fece emergere le debolezze strutturali di tutta l'economia italiana. I consistenti interventi a favore del settore tessile, con il coinvolgimento delle Partecipazioni statali (Eni, Gepi) e i provvedimenti legislativi (legge tessile, cassa integrazione, agevolazioni creditizie) avevano dato un aiuto notevole alle grandi imprese, ma non avevano fermato la perdita di occupazione.

Una ricerca della Fulta quantificava in almeno 50mila gli espulsi dopo lo shock petrolifero; tra l’altro questa politica dei licenziamenti era funzionale anche a contenere le richieste sindacali. La battaglia non fu facile, anche perché si era costituito un asse politico-economico Montedison-Eni-Sir-Snia con implicazioni rilevanti su vari versanti, fortissime capacità di lobbies parlamentari e nell'informazione.

Negli anni successivi - che videro al vertice della Filtea nel 1975 la inedita soluzione di una doppia Segreteria generale affidata a Nella Marcellino e Ettore Masucci - la Federazione continuò a lavorare verso l'obiettivo unitario. Di particolare rilevanza fu, nel gennaio 1976 a Roma, la Conferenza nazionale unitaria sull'occupazione dei lavoratori tessili e dell'abbigliamento, momento di grande maturità dell'organizzazione, sia sul piano politico che su quello organizzativo. 

I temi trattati e le richieste al Governo e alle forze parlamentari non si limitarono alle questioni strettamente inerenti il settore: la Fulta chiese, anche, la riforma della Pubblica amministrazione, un nuovo ruolo per le partecipazioni statali, un fisco più equo e più efficace nello stanare gli evasori, la revisione delle leggi sul credito agevolato.

Venne chiesta inoltre l'esclusione dalle agevolazioni pubbliche, non solo per le aziende che licenziavano, ma anche per quelle che non innovavano le tecnologie produttive. Scelte sindacali sempre forti, quindi, rigorose, coerenti, non corporative e assistenziali: scelte, cioè, capaci di dare maggiori opportunità alla lotta per la difesa dell’occupazione del settore.

I rinnovi contrattuali del '73 e del '76 ebbero come obiettivi principali, il primo, l'inquadramento unico e l'unificazione dei sette contratti, il secondo, il sostegno all'occupazione e ad una nuova politica economica. Il '76, in particolare, fu un anno di grave crisi economica che investì in pieno il settore tessile-abbigliamento, anche perché cominciavano a farsi sentire pesantemente i processi di ristrutturazione e di decentramento produttivo. Per questo, uno degli obiettivi primari della Fulta, fu quello di porre la questione dei diritti di informazione e di contrattazione degli investimenti. 

Si trattava di portare i temi dell'occupazione e della ristrutturazione aziendale nelle piattaforme contrattuali, rafforzando così il potere del sindacato e il suo ruolo di governo dell’insieme dei processi aziendali.
Le vicende successive degli ultimi decenni, quelli contrassegnati dalle Segreterie generali di Nella Marcellino, Ettore Masucci, Aldo Amoretti e Agostino Megale , sono caratterizzate dal tema della contrattazione.
Una contrattazione particolarmente importante nella storia complessiva del sindacato italiano, perché la Filtea ha avuto il merito di sperimentare e anticipare soluzioni che poi sono state fatte proprie da tutto il movimento sindacale.

Vogliamo solo ricordare qui alcune questioni importanti e alcuni passaggi che contestualizzano il ruolo svolto dalla categoria e dalla Filtea nei confronti dei cambiamenti strutturali più recenti del settore.
Anzitutto il decentramento produttivo, che ebbe come conseguenza il trasferimento dall’area dell’occupazione stabile a quella dell’occupazione precaria – in massima parte, decentramento e lavoro nero hanno coinciso – e la creazione di una vasta area di piccolissime aziende, prive di autonomia finanziaria e di mercato, che lavoravano solo per le imprese committenti, industriali e commerciali.

Il decentramento produttivo si pose quindi all’attenzione del movimento nel suo aspetto più pesante, quello del lavoro a domicilio, grazie all’impegno della categoria industriale tradizionalmente più colpita, quella tessile e dell’abbigliamento.
Le lavoranti a domicilio negli anni '70 erano 1.700.000, sparse su tutto il territorio nazionale. Si riuscì negli stessi anni a produrre, su questo problema, un impegno eccezionale con convegni, ricerche e manifestazioni, che coinvolsero anche il Mezzogiorno, in particolare la Sicilia e la Puglia e misero in evidenza condizioni di sfruttamento sconosciute e spaventose. 

Decentramento significa anche delocalizzazione, conseguente alla globalizzazione e si arrivò, così, agli anni 80 e agli inizi degli anni '90; gli anni, cioè, della grande crisi del settore, con una perdita secca di circa cinquantamila posti di lavoro. Sono, anche, gli anni - con lo sciopero dell’8 marzo del 1993 con manifestazioni in tutti i territori - del rilancio di una proposta per il settore e per l’occupazione; venne avanzata, la richiesta di una sede di confronto presso il Ministero dell’Industria, con l’obiettivo dell’inserimento della clausola sociale nella trattativa sulle regole per gli scambi commerciali internazionali.

A chi sostenne che il tessile-abbigliamento, fosse un «settore maturo» che poteva pertanto avere solo un ruolo residuale nell'economia italiana, replicammo con fermezza. Eravamo infatti consapevoli che c'era un presente e un futuro importante per il "made in Italy», per quella capacità cioè, di produrre con qualità, stile, professionalità e competenza presente nelle migliaia di donne e uomini che lavorano nel settore. Partì da questo assunto, un percorso rivendicativo e contrattuale in grado di misurarsi con i problemi nuovi del settore. 

Basti ricordare, a questo proposito, quello che realizzammo, a partire dal 1983, con l’introduzione degli schemi di riduzione d’orario, il 6x6, la flessibilità degli orari contrattata dai delegati in azienda, fino ad arrivare a quanto prevede l’ultimo contratto, quello del 2000, in tema di flessibilità tempestiva, di difesa del contratto nazionale di lavoro e, per questa via, di valorizzazione della nostra idea di sviluppo del Mezzogiorno, nonché, ancora una volta, di potere di contrattazione a tutti i livelli.

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